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Come le lingue interagiscono tra di loro

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In ogni lingua ci sono rimandi a sistemi linguistici passati, dai quali esse derivano.
Molte volte, ad esempio, in italiano si scoprono influenze della lingua latina, che ha avuto un ruolo determinante nello sviluppo della lingua che attualmente parliamo.

L’italiano, infatti, viene definito una lingua neolatina o romanza proprio perché è una discendente diretta del latino.

Ad essa si sommano il francese, lo spagnolo e il portoghese che condividono tra loro diverse caratteristiche: le invasione e le dominazioni straniere che si sono succedute su questi diversi territori sono state pressoché le stesse, il che ha portato ad una comunanza lessicale tra le varie lingue.

Al gruppo delle lingue neolatine o romanze di contrappone quello delle lingue germaniche, al quale appartengono, ad esempio, il tedesco e l’inglese.

Come si può immaginare, è più facile trovare delle corrispondenze tra le lingue che appartengono ad uno stesso gruppo, piuttosto che tra lingue appartenenti a gruppi diversi.

Questo non significa, però, che non si possano trovare delle interrelazioni tra sistemi linguistici apparentemente distanti tra loro.

Prendendo delle espressioni idiomatiche della nostra lingua, è immediato notare la corrispondenza con una delle lingue più importanti del gruppo germanico, il tedesco.
Quando ci si occupa di lavare e asciugare gli indumenti si è soliti dire che “si fa il bucato”.

Il termine bucato, tuttavia, non ha alcuna attinenza con il participio passato del verbo italiano “bucare”, né condivide con esso sfumature di significato.

Allora perché si dice “fare il bucato”, se il buco non c’entra in alcun modo?

Secondo una prima teoria, il termine “bucato” deriverebbe dal tedesco bauchen, che significa “lavare con la lascivia”, una soluzione liquida molto usata nei tempi passati e che si otteneva per mezzo della bollitura della cenere.

Un altro filone di pensiero, invece, sostiene che ci fosse un termine latino dal quale si sarebbe arrivati al nostro “bucato”.

La soluzione della disputa linguistica è, come spesso capita, di natura ontologica.
Anticamente, infatti, sembra che per lavare i panni si utilizzasse un recipiente con il buco o una spianatoia di legno con un foro centrale.

Attraverso questo buco si faceva scorrere via la lascivia e si risciacquavano i panni con l’acqua corrente.

Un’altra curiosità delle lingua italiana la si scopre analizzando la parola “brindisi” nell’espressione “fare un brindisi” che si utilizza nei momenti di festa, quando si alzano i calici in segno di augurio.
Anche in questo caso il termine “brindisi” ha una derivazione tedesca, provenendo dalla frase “bring dir’s” che significa letteralmente “ io porto a te”, ovvero, nella fattispecie, “ io muovo il bicchiere verso di te per festeggiare”.

L’italiano è una lingua particolarmente ricca di queste locuzioni che assumono un significato soltanto se si conoscono bene tutte le sfumature del linguaggio e che, soprattutto, si allontano dal significato letterale delle parole che le compongono.

Uno dei pregi o dei difetti che vengono riconosciuti alla nostra lingua è quello di fare un uso massiccio di gesti mentre parliamo.

Solitamente, la mimica viene associata ad una questione folkloristica, riconoscendo agli italiani una capacità di rendersi attori della conversazione nel vero senso del termine. Ma un’altra curiosità si nasconde dietro questo rituale apparentemente popolare.

Pochissimi sanno che, secondo una teoria accreditata, tra il XIV e il XIX secolo, durante le dominazioni spagnole, austriache e francesi, i nostri connazionali sentirono la necessità di codificare un nuovo linguaggio che non fosse comprensibile ai “padroni”.

Ecco spiegato il motivo di un tale utilizzo dei gesti nelle nostre conversazioni, quale surrogato di comunicazione del popolo.

Quello che colpisce di questo linguaggio non verbale tipicamente italiano è la sua capacità di utilizzare strutture ben più complesse, come la metafora, l’iperbole, la sineddoche e così via.
Prendiamo ad esempio il gesto che solitamente impieghiamo per riferire a qualcuno che non sopportiamo una persona.

Poniamo le mani sullo stomaco con il pollice rivolto verso il basso.
In quel momento stiamo concentrando l’attenzione di chi ci guarda sullo stomaco ma, allo stesso tempo, gli stiamo indicando che ciò che non digeriamo non è un cibo, ma una persona: ecco fatta la metafora.

A proposito, inoltre, dei collegamenti rintracciati tra l’italiano e il tedesco, una curiosità da svelare riguarda proprio la parola “tedesco”: perché si dice tedesco, quando la nazione di riferimento è la Germania?

La risposta va rintracciata nell’epoca medievale.
In questa fase storica, nell’area di quella che è l’attuale Germania, sembrava si parlassero due lingue, il latino, usato nelle sedi ufficiali, e una lingua popolare definita theodisce, termine che significava proprio “del popolo”.

Dall’antico theodisce si arrivò, poi, alla parola deutsh e, conseguentemente, all’italiano tedesco.

Insomma, le lingue sono ricche di curiosità che lasciano esterrefatti gli appassionati del settore e che non stancano chi si trova ad approfondirle.

E’ ovvio che per comprenderne il significato e per cogliere le varie sfumature che sottendono alle correlazione intralinguistiche, bisogna avere una buona conoscenza di ciascuna lingua.

Molto spesso, infatti, i collegamenti sfuggono all’occhio superficiale e si ritrovano solo con il ragionamento attento e ponderato.


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